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Un museo da 15.000 metri quadrati sul lungomare storico di Reggio Calabria, dove la forma fluida dell’edificio e una pelle di pannelli esagonali in alluminio marino, pensata per catturare lo scintillio del mare, diventano un unico tema di facciata, completato dai materiali della tradizione costruttiva locale.
Il Centro delle Culture del Mediterraneo sorgerà sul lungomare storico di Reggio Calabria: un museo da 15.000 metri quadrati che Zaha Hadid Architects ha concepito nel 2007 e che, dopo una lunga sospensione, è tornato in vita con i fondi del PNRR ed è oggi in costruzione. Filippo Innocenti ha raccontato un progetto in cui forma, identità e prestazione dell’involucro non sono temi separati, ma lo stesso problema: come dare a un edificio mediterraneo una pelle che sia allo stesso tempo immagine del luogo e risposta al suo clima.
Il sito e la forma
Il punto di partenza è il luogo. Reggio Calabria, affacciata sullo stretto di Messina, è uno dei punti più straordinari della cultura mediterranea, lo scenario dell’incontro di Ulisse con Scilla e Cariddi, e gode di una condizione rara: protetto dal restringimento dello stretto, il mare qui resta quasi sempre calmo, e questo ha permesso di portare l’edificio proprio sull’acqua. Lo studio è partito da un impianto ideale a pianta centrale, di ispirazione bizantina, per poi deformarlo e adattarlo alle condizioni specifiche del sito: un metodo che Innocenti ha descritto come la trasformazione di un «genotipo» funzionale in un «fenotipo» unico, plasmato dal suo contesto.
Il risultato è un volume fluido, scavato da una serie di affacci e di ombre rivolti al mare, che offre fronti diversi a seconda di chi lo guarda: verso la Sicilia diventa un landmark riconoscibile dalla costa opposta, mentre sul lato del porto segnala l’ingresso e accoglie i visitatori che arrivano dalla città. La geometria non è gratuita: nasce nel punto in cui la passeggiata storica del lungomare incontra il waterfront, e serve a mediare fra la scala urbana e quella del mare.
Una pelle che cattura la luce
Per il rivestimento, lo studio è partito da un’immagine: l’edificio esposto allo scintillio della luce del Mediterraneo, le increspature che il maestrale disegna sul mare. L’involucro traduce quell’idea in una successione di pannelli piani esagonali che si adattano alla curvatura della superficie tramite una semplice variazione di scala, più stretto è il raggio di curvatura, più piccolo è il pannello. La copertura conserva invece campi regolari, di dimensione costante, per integrare i pannelli fotovoltaici. È in questo passaggio, dalla forma alla pannellizzazione, che l’idea architettonica incontra la fabbricazione: la superficie curva non è un rivestimento applicato a posteriori, ma una pelle la cui suddivisione fa parte del progetto fin dall’inizio.
Il materiale è un alluminio marine grade della serie 5000, la lega più adatta a resistere a un’esposizione severa: l’edificio è direttamente sul mare, non solo battuto dal vento ma raggiunto dagli spruzzi salini. Il sistema è concettualmente semplice, una chiusura tradizionale in standing seam realizza l’involucro impermeabile all’acqua e a tenuta termica, e su questa si applicano i pannelli del rivestimento come facciata ventilata, a schermo di pioggia. Le superfici che invece entrano in contatto con le persone sono pensate in contrasto: materiali recuperati dalla tradizione costruttiva locale, muri a secco, la pietra lavorata tipica di Reggio Calabria e, soprattutto, gli intonaci al bergamotto, un antico procedimento nato come sottoprodotto della lavorazione dell’agrume, in cui l’essenza veniva aggiunta alla calce per migliorarne la resistenza alle muffe.
L’ambiente nella forma
La strategia ambientale entra direttamente nella forma. L’involucro è totalmente chiuso, come richiedono le funzioni museali, e riduce al massimo l’esposizione solare; a coprire il fabbisogno energetico è un campo di circa 3.500 metri quadrati di pannelli fotovoltaici, di cui circa due terzi integrati direttamente nel sistema di copertura, dimensionato per rendere l’edificio autosufficiente dal punto di vista energetico.
Ma anche il volume lavora. L’analisi dei venti condotta dal team ha mostrato che la forma dell’edificio crea zone di riparo dai venti prevalenti da nord, migliorando il comfort degli spazi aperti tutto intorno, e allo stesso tempo sfrutta la ventilazione naturale, la risorsa più preziosa della progettazione bioclimatica a queste latitudini, attivando quelle microbrezze che rendono più piacevole la fruizione e aiutano a raffrescare l’edificio. La massa costruita e il paesaggio diventano così parte della prestazione: la sostenibilità non è un impianto aggiunto alla fine, ma un principio di forma.
Una facciata come sintesi
Il filo del ragionamento è che, per questo edificio, la facciata non è né solo forma né solo prestazione: è il punto in cui si incontrano l’identità mediterranea del progetto, l’autosufficienza energetica e una costruzione pensata fin dall’inizio come pelle. Zaha Hadid Architects, oggi quasi 550 persone e 55 nazionalità, porta a Reggio Calabria non solo una forma riconoscibile, ma un modo di tenere insieme geometria, ambiente e fabbricazione in un unico involucro, radicato al tempo stesso nella luce e nei materiali del suo luogo.