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Luca Piraino e Paolo Ermeti raccontano il rinnovo delle Torri dell’EUR come incontro tra conservazione e produzione contemporanea: il travertino diventa parte di cellule prefabbricate, lesene e sistemi testati su scala industriale senza rinunciare al carattere minerale del complesso.
Le Torri dell’EUR pongono un problema che va oltre il restauro di una facciata: come restituire vita a un complesso moderno riconoscibile senza trasformarlo in una replica del passato? Luca Piraino e Paolo Ermeti rispondono lavorando sul materiale più legato all’identità romana del progetto, il travertino, e inserendolo in un sistema di involucro completamente contemporaneo.
Conservare il carattere, non ogni componente
Piraino ricostruisce il rapporto delle torri con il quartiere e con la stagione architettonica delle Olimpiadi del 1960. Il complesso di Ligini era stato pensato come un sistema di edifici verticali e corpi più urbani, con una forte presenza di pietra e una relazione precisa con il basamento. Il nuovo progetto non cerca di riproporre la vecchia facciata continua. Reinterpreta piuttosto la verticalità, il rapporto tra pieni e vuoti e la presenza materica delle lesene. Il travertino torna quindi come elemento identitario, ma non viene usato secondo una logica tradizionale di rivestimento massivo.
La pietra entra in una facciata modulare
La scala dell’intervento impone un processo industriale. Il sistema comprende cellule vetrate, lesene triangolari aggettanti in travertino, frangisole orizzontali e facciate ventilate lapidee. La superficie complessiva è nell’ordine di 59.100 metri quadrati, con circa 4.400 cellule e migliaia di elementi ripetuti. Questa modularità non semplifica automaticamente il progetto. Ogni lesena deve coordinarsi con orientamento, apertura, marcapiano e inclinazione, mantenendo un’immagine continua sulle diverse esposizioni. La ripetizione diventa quindi una famiglia di varianti controllate, non una serialità indifferente.
Testare il travertino come componente ingegnerizzato
Ermeti sposta l’attenzione dalla forma alla qualifica del prodotto. Le lastre di travertino vengono associate a sottostrutture metalliche e sistemi di fissaggio che devono essere verificati per urto, trazione, taglio, compressione e comportamento al fuoco. La pietra è rinforzata sul retro per limitare il rischio di caduta di frammenti in caso di danneggiamento, mentre gli inserti e i collegamenti vengono testati in condizioni controllate. Il punto non è trasformare un materiale naturale in un materiale “perfetto”, ma conoscerne dispersioni e meccanismi di rottura abbastanza bene da inserirlo in una facciata prefabbricata con criteri di sicurezza ripetibili.
L’innovazione può rendere possibile la continuità
Le quantità raccontano la complessità: centinaia di tonnellate di alluminio e acciaio inox, circa 1.360 tonnellate di travertino e decine di migliaia di metri quadrati di vetro devono convergere in un sistema che, alla fine, deve apparire coerente e non industrialmente frammentato. È qui che il caso delle Torri dell’EUR diventa interessante per altri interventi sull’esistente. Conservazione non significa necessariamente mantenere la tecnologia originaria; può significare identificare i caratteri che rendono un edificio riconoscibile e costruire una nuova tecnologia capace di esprimerli con prestazioni, durabilità e sicurezza contemporanee.
Il travertino, materiale antico e profondamente legato a Roma, viene così trasformato in un componente di una filiera digitale e prefabbricata. La memoria non resta separata dall’innovazione: diventa il criterio con cui l’innovazione viene giudicata.